incesto
MADRE SEMPRE PIU TROIA AL CINEMA
02.12.2025 |
9.467 |
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"Ci baciammo, ancora pieni del sapore degli altri, e fu un bacio violento, disperato, di quelli che vogliono cancellare tutto e allo stesso tempo tenerselo stretto dentro..."
Appena oltrepassata la soglia, i rumori dal fondo della sala ci avvolsero: gemiti amplificati dalle casse, colpi secchi, respiri spezzati. Sullo schermo, una donna allargava le cosce tra due uomini, il corpo esposto senza vergogna, mentre il pubblico osservava nel silenzio ovattato di quel piccolo cinema porno. Gli occhi si abituarono piano all’oscurità, distinguendo figure tra le poltrone lise: una coppia rannicchiata nelle prime file, due uomini soli poco più indietro. Ci sistemammo in fondo, nell’ultima fila, le sedie scricchiolanti sotto il peso dei nostri corpi e del non detto.Mamma teneva lo sguardo fisso sul film, una tensione inquieta nel modo in cui si aggiustava i capelli, accavallava e scioglieva le gambe, tamburellava le dita sulle ginocchia nude. Mi chinai verso di lei, la bocca quasi a sfiorarle l’orecchio.
— Allora, ti piace? —
La voce le uscì piatta, volutamente distante.
— Così, così. —
Nel buio, il tono era più una difesa che una confessione. Le dita però continuavano a scivolare sulla pelle, inquiete.
Poco dopo la porta si aprì di nuovo: tre persone entrarono, sagome appena illuminate dalla luce che colava dal corridoio. Rimasero fermi un attimo, immobili, occhi spalancati per spezzare la cecità improvvisa. Poi uno si avvicinò alla coppia davanti, sedendosi qualche posto più in là; gli altri due presero posto nella fila immediatamente davanti alla nostra, così vicini da sentire il loro respiro pesante, l’odore acre di sudore e dopobarba.
Mamma si sistemò meglio sulla poltrona, il mento appena alzato, la bocca serrata in una smorfia di falsa indifferenza. Dallo schermo i suoni si facevano più sporchi, più invadenti, come se cercassero di insinuarsi sotto i vestiti di chiunque fosse seduto lì dentro. Ogni tanto una risata sommessa, il fruscio di una zip che si abbassa, il suono liquido della saliva che si mescola al respiro.
Sentii una mano appoggiarsi sullo schienale davanti a noi, dita larghe, nervose, e il fruscio dei pantaloni abbassati. Uno dei due uomini davanti cominciò a muoversi piano, la spalla che tremava sotto la camicia. L’altro fissava lo schermo con un’attenzione feroce, ma la testa piegata verso mamma tradiva un interesse diverso.
Le presi il polso. Lei si lasciò fare senza guardarmi, il volto rivolto allo schermo ma le narici che si dilatavano, la pelle d’oca lungo le braccia. Lentamente, feci scivolare la sua mano sulla mia coscia, sentivo il calore salire, il battito accelerare sotto le dita. Lei rimase ferma, solo un piccolo movimento del pollice che accarezzava la stoffa.
— Se vuoi, possiamo andare via — sussurrai, la voce roca, il desiderio ormai scoperto.
Lei sorrise appena, senza voltarsi.
— Aspettiamo ancora un po’. —
La sala era diventata più calda, satura di umidità e aspettativa. Davanti a noi, uno degli uomini iniziò a muoversi più veloce, il rumore sordo della pelle contro la pelle. Qualcuno tossì, un altro si aggiustò i pantaloni. Dal fondo arrivava il profumo dolciastro del sudore misto a quello più pungente, animale, della paura e dell’eccitazione.
Mamma sollevò la mano e la portò alle labbra, mordicchiandosi piano il dito indice. Si girò, finalmente, e mi guardò negli occhi. Dentro quello sguardo c’era tutto: la vergogna, la curiosità, la voglia di restare. Un attimo dopo la sua bocca si aprì.
— Fammelo sentire… qui. Adesso. —
Mi avvicinai, il fiato corto, mentre lo schermo proiettava una sequenza di corpi intrecciati e la sala vibrava di una tensione elettrica, animale. mamma scostò la borsa dalle ginocchia, la fece cadere a terra senza curarsene, poi lasciò che la mia mano si infilasse tra le sue cosce nude sotto la gonna leggera. Il tessuto era già caldo, umido dove la pelle cedeva al desiderio.
Il rumore di una zip abbassata mi distrasse: l’uomo davanti si stava toccando, senza pudore, il braccio che si muoveva con un ritmo sfacciato. Ogni tanto lanciava una rapida occhiata a mamma, poi tornava a concentrarsi sul film, le labbra aperte su un respiro affamato.
Mamma strinse le cosce attorno alle mie dita, mi tirò a sé con un gesto improvviso, le labbra quasi a sfiorare il mio orecchio.
— Non fermarti. Voglio che mi tocchi mentre tutti guardano. Voglio sentire che rischio di farmi vedere.
Il battito del cuore mi martellava nelle tempie, la mano scivolava ormai senza ostacoli. Lei lasciò cadere la testa all’indietro, gli occhi chiusi, il petto che si sollevava e abbassava in onde corte. Dal fondo della sala arrivava un gemito più forte, la donna sullo schermo urlava, il ritmo si faceva feroce.
Le dita di mamma cercavano le mie, si intrecciavano, si spingevano ancora più in basso. I suoi fianchi cominciavano a muoversi piano, un’oscillazione che seguiva il battito sporco della scena proiettata. Gli uomini davanti rallentarono, sentendo l’atmosfera cambiare, forse percependo la corrente che scorreva tra noi.
La mia bocca si avvicinò al collo di mamma, la lingua sulla pelle calda, salata. Lei trattenne il respiro, poi lo lasciò andare con un piccolo rantolo. Le sue mani, ora, si muovevano sicure, aprendomi la cintura, cercando la carne nuda. Nessuno nella sala sembrava scandalizzato: i suoni si mescolavano, le mani si agitavano, il piacere diventava una lingua comune.
— Fammi venire qui, — sussurrò, il volto ancora nascosto dall’ombra.
Davanti a noi, l’uomo che si stava toccando si voltò appena, il viso deformato da una smorfia tra il desiderio e l’incredulità. Gli occhi di mamma lo fissarono un istante, senza paura.
Le dita di mamma affondarono sotto la cintura, trovando il mio sesso teso e vivo. Le sue unghie graffiavano piano, abbastanza da farmi fremere, mentre la sala intorno a noi sembrava stringersi, ridursi solo a respiri, gesti, gemiti trattenuti. Il buio proteggeva e insieme esponeva: sapevamo di essere osservati, sapevamo che ogni gesto poteva essere visto, raccontato, desiderato dagli altri.
Uno degli uomini davanti si voltò per pochi secondi, lo sguardo fisso sulle mani di mamma che lavoravano decise. Non disse nulla, si limitò a passarsi la lingua sulle labbra, ricominciando a masturbarsi, quasi volesse sfidare il nostro ritmo, aggiungere la propria eccitazione alla nostra.
Lo schermo intanto proiettava scene sempre più violente, la donna urlava in un orgasmo che sembrava non finire mai. Il suono amplificato entrava sotto la pelle, scuoteva la pancia, accelerava il respiro di tutti. mamma piegò il busto in avanti, la bocca semiaperta sul mio collo, il fiato caldo che si confondeva col mio.
— Fammi godere, — mi sussurrò, i fianchi che spingevano contro la mia mano. — Voglio venire qui, voglio che mi sentano. —
Lasciai che le dita trovassero il ritmo giusto, affondando, accarezzando, stringendo. La sentivo pulsare sotto la pelle, le gambe che tremavano, la schiena inarcata appena. Un gemito le uscì dalle labbra, soffocato, ma abbastanza forte da far girare anche la coppia nelle prime file. Nessuno disse una parola. Solo occhi sgranati e desiderio sospeso.
Mamma mi guardò, le guance arrossate, i capelli scompigliati, il sudore che luccicava sulla pelle. Si leccò le labbra e, con una voce rotta ma decisa, disse:
— Adesso tocca a te. —
Scivolò giù, inginocchiandosi tra i sedili, il corpo raccolto tra le mie gambe, le mani che mi liberavano. La lingua umida, calda, trovò subito la strada, e ogni carezza era una scossa, un’esplosione. Dimenticai tutto il resto, la paura, la vergogna, il senso di colpa. Esisteva solo quel momento, la sua bocca su di me, il suo respiro affannoso che si mescolava al mio.
Intorno, la sala continuava a vivere la sua notte oscena: mani che si muovevano, corpi che si stringevano, sussurri che si trasformavano in gemiti. Sullo schermo, l’orgia si consumava nel delirio finale. Tra le ombre, mamma alzò lo sguardo verso di me, gli occhi pieni di fuoco.
Mamma continuò, la bocca affamata, le mani ferme a stringermi la pelle, ogni tanto uno sguardo rapido verso l’alto per misurare la mia reazione, per assaporare il potere che aveva in quel gesto. Sentivo le dita premere forte, il calore della lingua che scivolava lenta, il rumore bagnato che si perdeva tra i gemiti e le risate basse dei presenti. I sedili scricchiolavano, le ombre si spostavano appena. Qualcuno tossiva, qualcun altro sussurrava frasi troppo basse per essere comprese, ma bastava il tono per capire che la scena tra me e mamma aveva acceso altro desiderio nell’oscurità della sala.
Le mani di mamma si fecero più sicure, guidate dalla voglia di farsi notare, di essere ricordata da chiunque ci stesse spiando. Era la sua sfida: piacere senza vergogna, godere in pubblico, diventare lo spettacolo dentro lo spettacolo. Ogni tanto si fermava a guardarmi, la bocca sporca, il respiro veloce, poi riprendeva senza esitazioni, strofinandosi contro il sedile, i fianchi che si muovevano seguendo la musica oscena del film.
Quando il piacere divenne impossibile da trattenere, la afferrai per i capelli, la tirai su, la bocca ancora aperta, le labbra gonfie. Ci baciammo, profondi, voraci, il sapore della carne e della vergogna che bruciava sulla lingua. Il cuore mi martellava nel petto, le mani tremavano, la testa vuota di pensieri.
Mamma sorrise, compiaciuta, sfiorandosi le labbra con il dorso della mano, poi si rimise a posto la gonna, sistemandosi come se niente fosse. Intorno, il film proseguiva, ma ormai tutti erano più attenti a noi che allo schermo. Alcuni uomini si erano avvicinati, qualcuno tossiva per farsi notare, altri si erano lasciati andare, incapaci di resistere all’atmosfera che avevamo creato.
Mamma si voltò e mi sussurrò all’orecchio, la voce roca, impastata di desiderio e trionfo:
— Ce ne andiamo? O vuoi vedere cosa succede dopo? —
Restai un istante immobile, le dita che ancora stringevano la sua coscia, la testa pesante, il respiro corto. Lo schermo proiettava una nuova sequenza di corpi, le immagini si rincorrevano rapide, ma in sala l’attenzione era tutta per noi. Gli uomini davanti si erano voltati, i pantaloni ancora abbassati, la voglia scritta in faccia. La coppia nelle prime file si era avvicinata, la donna sussurrava qualcosa all’orecchio del compagno, ma gli occhi, quelli, erano fissi sulle nostre gambe, sulle mani ancora sporche di saliva e umori.
Mamma si alzò lentamente, la gonna appena rialzata sul fianco, si voltò verso gli spettatori, occhi accesi, sorriso che sfidava. Si inginocchiò di nuovo tra le mie gambe, ma questa volta fu più lenta, più esibita. Fece scorrere la lingua sulla mia pelle, salendo fino all’inguine, poi si girò, le spalle nude, i fianchi ben in vista sotto la luce tremolante del film.
Uno degli uomini davanti allungò una mano, esitò, poi si fermò a mezz’aria. mamma se ne accorse, gli sorrise, lasciando che la mano di quell’uomo la sfiorasse appena. L’altro si avvicinò ancora, quasi a voler capire fino a dove poteva spingersi. Io guardavo la scena, sentivo la pelle bruciare, il sangue pulsare forte nelle tempie.
Mamma si voltò verso di me, occhi lucidi, labbra gonfie, e sussurrò piano:
— Vuoi vedermi? Vuoi che mi lasci toccare davanti a tutti? —
Le sue dita mi strinsero, la voce si sciolse in un mezzo gemito. Senza aspettare risposta, allungò la mano e prese quella dell’uomo davanti, guidandola tra le sue cosce ancora bagnate. Il respiro si fece più forte, lo sentivo vibrare tra i sedili, un suono basso e feroce che accendeva ogni cosa.
La sala era un’unica carne, un desiderio collettivo che non conosceva vergogna. mamma si lasciò andare, gli occhi chiusi, il corpo aperto, le mani di quegli sconosciuti che la esploravano senza pudore. Restai a guardare, eccitato e ipnotizzato, consapevole che il punto di non ritorno era stato superato.
La mano dell’uomo si fece più audace, le dita affondavano tra le gambe di mamma, il polso tremava appena, ma non si tirò indietro. Lei gli venne incontro, aprendosi senza paura, il fiato che le usciva dalle labbra spezzato, rauco. L’altro spettatore, quello che fino a poco prima osservava in silenzio, si avvicinò, la bocca spalancata, gli occhi fissi su mamma, quasi a chiedere il permesso di toccare anche lui.
Mamma si girò di poco, gli fece cenno di avvicinarsi, poi si lasciò esplorare, le mani sconosciute che scivolavano sulla pelle, salivano sotto la gonna, stringevano, accarezzavano, penetravano senza più esitazione. Il respiro di tutti si fece più fitto, i movimenti sempre meno nascosti, la sala satura dell’odore acre di sudore, piacere, desiderio.
Mi sentivo travolto, ogni gelosia cancellata dalla vista di mamma che godeva in pubblico, che si lasciava possedere da mani estranee davanti a me, sotto gli sguardi affamati degli altri. Ero spettatore e protagonista insieme, diviso tra il bisogno di averla solo per me e l’eccitazione selvaggia che mi dava vederla donarsi.
La coppia nelle prime file non resisteva più: la donna si era tirata la maglia sopra il seno, il compagno la baciava ovunque, mentre con lo sguardo cercava i nostri movimenti, quasi volesse rubare qualche dettaglio in più. I rumori si intrecciavano: gemiti, suoni bagnati, risate soffocate.
Mamma ora si era voltata completamente, in ginocchio tra i due sconosciuti, il viso acceso, il corpo offerto, le mani che si aggrappavano a chiunque la toccasse. Ogni freno si era dissolto. Gli uomini la spogliavano, le abbassavano la gonna, le accarezzavano i seni, la stringevano tra le loro braccia. Lei gemeva, rideva, urlava il suo piacere senza vergogna, il viso rivolto a me, occhi pieni di fuoco e di una felicità feroce, quasi crudele.
Mamma urlò, ma non fu un grido di dolore. Era piacere puro, feroce, un lamento che si spandeva tra le file vuote, rimbalzava sulle pareti sporche, fece tremare i corpi di chi guardava. Le mani degli uomini la stringevano senza pietà, uno le afferrava i capelli, l’altro la teneva aperta, le dita affondate dentro di lei. mamma si lasciava scuotere, il busto arcuato, i seni scoperti sotto la luce tremolante, la voce che si spezzava in singhiozzi e risate.
Mi sentivo investito da un’onda di rabbia e desiderio. Volevo fermare tutto, prenderla e portarla via, ma non potevo. Lei era lì, al centro di tutto, e non c’era niente di più eccitante che vederla trasformarsi in oggetto di ogni fantasia, accendersi per me e per il mondo. La coppia nelle prime file si era avvicinata ancora, ora guardava senza alcun pudore, la donna aveva una mano tra le gambe e si mordeva un labbro, l’uomo con lo sguardo perso tra le cosce di mamma.
Il film sullo schermo era ormai solo un rumore di fondo, lontano, inutile. Tutta l’attenzione era su di noi, su mamma, sulle sue urla soffocate, sui gemiti che uscivano dai corpi, sui gesti che si facevano sempre più sfacciati. Le mani degli uomini la esploravano senza più nessun limite, uno si abbassò i pantaloni, la costrinse a prendere in bocca il suo sesso, mentre l’altro continuava a penetrarla con forza, il ritmo che accelerava e si faceva bestiale.
Mamma non opponeva resistenza, anzi, guidava i movimenti, rideva, gemeva, si abbandonava completamente. Ogni tanto i suoi occhi incontravano i miei e in quello sguardo c’era tutto: la sfida, la complicità, la certezza che quel momento non sarebbe mai stato dimenticato.
L’odore acre della sala era diventato insostenibile. Qualcuno dietro di noi si stava toccando, la coppia nelle prime file si era gettata l’uno sull’altra. Era un contagio, una febbre sporca e senza rimedio.
Mamma si lasciò cadere contro il sedile, il respiro spezzato, il volto bagnato di sudore e lacrime. Aveva ancora le mani degli uomini addosso, le dita che la stringevano come se non volessero lasciarla andare, ma lei ormai rideva, sfinita, i capelli incollati alle tempie, la gonna arrotolata sui fianchi. Si voltò verso di me, il sorriso sporco, la bocca ancora arrossata.
Gli uomini le accarezzarono la schiena, uno la baciò sul collo prima di ricomporsi in silenzio, la bocca ancora gonfia di voglia e di vergogna. L’altro si alzò, sistemando i pantaloni, lanciandomi uno sguardo complice e torbido.
Tutto intorno la sala era un disastro di respiri, gemiti e odori, il film ormai dimenticato, le luci dello schermo che illuminavano corpi seminudi, mani intrecciate, visi scomposti dal piacere. La coppia nelle prime file era un’unica massa di carne intrecciata, la donna aveva la testa riversa all’indietro, le cosce spalancate, l’uomo che la possedeva senza più nessun ritegno.
Mamma si raccolse un attimo, mi guardò negli occhi, la voce roca, impastata.
— Portami via. Ma domani… torniamo. Voglio ancora sentirmi guardata, voglio che tutti sappiano quanto godo per te, per loro, per noi. —
Le presi la mano, la strinsi forte, la sentii tremare. Senza parlare ci rialzammo, raccogliendo le poche cose cadute a terra, la gonna che ancora lasciava scoperta la pelle. Uscimmo dalla sala come se avessimo attraversato un incendio, i volti di chi restava ancora accesi dalla nostra follia.
Fuori l’aria notturna era un pugno freddo sul viso, le gambe di mamma ancora deboli, il cuore che batteva ovunque. La guardai, lei mi sorrise, sporca e bellissima, e capii che nulla sarebbe più stato uguale.
Camminammo in silenzio per un po’, la città deserta intorno, i passi incerti di chi ha lasciato dietro di sé qualcosa di troppo grande per essere raccontato. mamma mi teneva il braccio, le dita affondate nella pelle, ancora inquiete. Il corpo portava addosso i segni di quella notte: il profumo degli altri, la pelle arrossata, la gonna stropicciata sulle cosce.
Ci fermammo sotto un lampione spento, la luce arancione dei bar chiusi filtrava dalla strada. mamma si appoggiò al muro, mi tirò a sé senza dire nulla. Ci baciammo, ancora pieni del sapore degli altri, e fu un bacio violento, disperato, di quelli che vogliono cancellare tutto e allo stesso tempo tenerselo stretto dentro.
— Mi hai vista, — sussurrò, la voce un po’ rotta. — Mi hai visto davvero. —
La guardai, i suoi occhi erano pieni di lacrime e di una felicità oscena, feroce.
— Sì. E non voglio smettere. —
Mamma ridacchiò, si sistemò la gonna, si leccò le dita come a voler assaporare fino in fondo ciò che aveva vissuto. Si accese una sigaretta, la brace rossa che illuminava per un attimo il viso. Poi mi diede una spinta leggera sulla spalla, un gesto infantile.
— Domani voglio tornare. Ma stavolta… scelgo io chi mi guarda. Tu mi starai vicino e voglio che tu sia fiero di me. —
La seguii, senza esitare. La notte ci inghiottì di nuovo, e per la prima volta da anni mi sentii libero, il cuore pesante ma vivo. mamma camminava davanti a me, la schiena dritta, i fianchi ondeggianti, ancora nuda sotto la gonna. Sapevo che nulla avrebbe fermato la sua fame, né la mia.
Camminammo fino a casa senza parlare, ancora saturi di adrenalina e silenzio, ognuno immerso nel ricordo dei corpi, dei suoni, degli sguardi di quella sala. L’ascensore ci accolse con il suo odore metallico, le porte che si richiusero su di noi. mamma si appoggiò alle pareti, le gambe nude che tremavano leggermente, la testa inclinata all’indietro, il respiro lento, quasi assente.
Entrammo in casa senza accendere la luce. Lei lasciò cadere la borsa sul pavimento, si tolse la giacca, si avvicinò a me. Mi afferrò la nuca, mi baciò ancora: la bocca ruvida, le labbra che graffiavano, la lingua che cercava il sapore della notte appena vissuta. Le mani scesero subito sui fianchi, sulla pelle calda che sapeva di sudore e desiderio.
Ci spogliammo piano, quasi con rabbia, i vestiti che finivano a terra uno dopo l’altro. mamma mi spinse sul divano, mi salì sopra, le cosce ancora segnate, le dita che stringevano la mia schiena.
— Ti voglio ancora, — sussurrò, e questa volta la voce non aveva ombre di esitazione, solo fame. — Voglio che resti su di me, voglio sentire che sono tua anche qui, adesso, con dentro tutto quello che abbiamo portato a casa. —
La presi tra le braccia, la spinsi contro il petto, la sentii scivolare, aprirsi ancora. I nostri corpi si unirono senza dolcezza, senza freni, la stanza riempita dai nostri gemiti e dal rumore sordo dei colpi.
Mamma si muoveva sopra di me, feroce, le unghie che graffiavano, i capelli sparsi sul viso. Non c’era più differenza tra quello che avevamo vissuto fuori e quello che stavamo consumando ora. Era tutto parte dello stesso rito, lo stesso desiderio che si era acceso e non voleva spegnersi.
Quando venne, si abbandonò completamente, la testa sulla mia spalla, la pelle bagnata e tesa, il corpo che tremava ancora. Restammo così, avvinghiati, stremati, le luci della città che filtravano dalla finestra.
— Domani, — sussurrò ancora una volta, senza chiedere né promettere, — torniamo lì. E sarà ancora più vero, più nostro. —
Restammo sul divano a lungo, sudati, annodati l’uno all’altra, con il cuore che batteva ancora a tempo con i ricordi. Fuori la città cominciava a svuotarsi, i rumori lontani di qualche auto, il chiarore dell’alba che filtrava tra le persiane. mamma mi accarezzava il petto, i polpastrelli lenti, persi tra i peli e le cicatrici, le gambe ancora intorno alle mie anche dopo che ogni fremito si era spento.
— Sei diverso, — sussurrò, la voce stanca e soddisfatta. — Non pensavo che avresti voluto davvero vedermi così. —
Le sollevai il mento, fissandola negli occhi ancora lucidi.
— Non ti ho mai voluta diversa. Quella di stanotte sei tu. Quella vera. E io… sono ancora più tuo, adesso. —
Mamma sorrise, un sorriso stanco ma pieno, la faccia di chi ha perso ogni paura. Si strinse a me, il fiato caldo sulla clavicola, e per un po’ restammo così, ascoltando solo il battito dei nostri cuori e il respiro che tornava lento.
Poi si alzò, nuda, attraversò la stanza fino al bagno, lasciando impronte leggere sul parquet. La seguii, incapace di staccarmi da lei. Nella luce bianca del mattino ci guardammo allo specchio: due corpi segnati, i capelli arruffati, i volti arrossati dal piacere e dall’assenza di sonno.
Ci lavammo insieme, senza fretta, la schiuma che scivolava sulle cosce, sulle schiene, tra le dita. Ogni carezza era una promessa, una tregua dopo la battaglia. mamma si voltò, mi baciò piano sulla bocca, mi guardò come se stesse cercando un segno definitivo.
— Oggi riposiamo. Ma domani… domani voglio essere guardata di nuovo. Voglio sentire addosso quegli sguardi e sapere che tu sei lì, che mi vedi, che non hai paura. —
Annuii, sentendo un desiderio nuovo e feroce bruciare sotto la pelle.
— Ci sarò, — promisi, — sempre. —
Mamma uscì dal bagno avvolta nell’asciugamano, i capelli ancora bagnati che le cadevano sulle spalle, le gambe nude, la schiena segnata dai lividi e dai morsi della notte. Si aggirava in cucina con una calma nuova, senza nascondere nulla, come se da quel momento ogni gesto le appartenesse di diritto, senza filtri. Preparò il caffè nuda, appoggiata al piano, ogni movimento lento e consapevole, le labbra piegate in un sorriso segreto.
Mi avvicinai da dietro, la cinsi alla vita, affondando il viso tra il collo e la spalla. Sentivo l’odore del sapone, della pelle stanca, ma ancora carica di tutto quello che avevamo vissuto. Restammo così, in silenzio, mentre il caffè borbottava e il giorno filtrava oltre le tende.
Quando ci sedemmo a tavola, le tazzine tremavano tra le dita, le mani che ancora si cercavano, il bisogno di toccarsi diventato abitudine, un linguaggio nuovo. Non servivano parole, solo sguardi. Ogni tanto ridevamo per niente, per l’assurdità di quella libertà improvvisa che ancora non aveva un nome.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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